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La mia prima volta di IT di Francesca Fichera

L’estate, un divano e una bottiglia di tè freddo sul tavolo. E i piedi incrociati nell’attesa di riempire due lunghi mesi di vuoto. Vacanza vera, posto d’onore per il Re.

Finché non arrivò un anno diverso: l’anno di IT. Con una pausa più lunga, perfetta per galleggiare nel dolce-far-niente e mandare giù più di mille pagine fra un bicchiere ghiacciato e l’altro. Senza uscire, senza muoversi, piedi bene incollati al bracciolo del divano e testa fra le nuvole di un sogno. Anche se brutto.

 

Eppure Pennywise non mi aveva mai davvero spaventata. Già ridevo di quelle poche scene intraviste alla tv: Tim Curry era bravo, ma qualcosa stonava. Fu il libro a cambiare la musica, a convincermi a guardare lo schermo con occhi già adulti: lo sguardo dei bimbi soli, da perdente, lo conservai per la pagina scritta. E feci bene, anche se aveva fatto (e farà sempre meglio) zio Stevie, che per raccontare la paura del buio e dei mostri non ha mai smesso di tenerle con sé.

Che è riuscito a farmi sprofondare nei Barren e a farmi correre e sudare a Neibolt Street mentre nel corridoio di casa le luci restavano accese anche di giorno.

Tutto IT fu una corsa, un’inquietudine divorante che finii col divorare io stessa. Così di quei due lunghi mesi vacanti non feci che prendere una settimana; un tempo piccolo per un libro grande.

Ma qualcosa mi tratteneva ancora, un cerchio che assomigliava all’impronta di ghiaccio lasciata sul tavolo dall’ennesima bottiglia di tè, fatto di bambini fermi nell’acqua al tramonto.

Mi sono fermata con loro, per capire. Mi sono fermata per tornare indietro, rileggere, provare ad afferrare l’emozione che mi bagnava le guance. Allora potei solo intuirla. Il resto lo ha fatto il tempo, lo ha fatto il Ka.

La ruota ha girato tante volte quante sono ritornata a consumare quel finale di carta, uno dei più splendidi e assoluti e universali e stupefacenti mai inventati da una mente umana. Il cerchio si è chiuso e io sono ancora lì, a stringere le mani della bambina che sono stata e dei bambini che erano con me, nella luce di un sole diverso perché più lieve.

Voglio bene a loro e voglio bene a chi ha saputo ricordarmi di non dimenticarmene.

Tutto il resto è buio, tutto il resto sono pozzi neri a cui resistere. Sempre.

Francesca Fichera